G. Vilella, L’Unione europea di fronte alle crisi: sfide e opportunità, Ed. Pendragon, Bologna, 2022

Giancarlo Vilella è stato Direttore Generale ITEC presso il Parlamento europeo, Direttore Generale dell’Istituto Internazionale di Scienze Amministrative e EP Fellow dell’Istituto Universitario Europeo. Attualmente insegna nelle Università Statale di Milano, Politecnica delle Marche e Hochschule Kehl. Ha pubblicato numerosi saggi in tema di Unione Europea e di amministrazione pubblica. Con Pendragon ha pubblicato vari libri, di cui si ricordano gli ultimi due: E-Democracy. Dove ci porta la democrazia digitale (2020) e Aurora. Una geografa umanista (2021).


Le osservazioni poste da Monica De Angelis a Giancarlo Vilella attraversano trasversalmente le pagine di questo libro che guarda all’UE con occhi benevoli: qui l’Europa è considerata essenziale per un mondo che vive le trasformazioni sociali ed economiche attuali. Le osservazioni toccano le diverse riflessioni che l’Autore, profondo conoscitore dell’Europa, non solo istituzionale, ha voluto offrire ai lettori e mirano a continuare spunti per dibattiti e confronti.

MDA: L’Europa di fronte alle crisi che si sono succedute nel tempo. Come è cambiato l’atteggiamento dell’Europa di fronte alle crisi? Con quali strumenti sono state affrontate le crisi degli ultimi anni?

GV: La pandemia Covid-19 e la guerra in Ucraina sono, ovviamente, i due eventi emergenziali che hanno innescato dinamiche modificatrici rilevanti, per alcuni osservatori addirittura (forse a ragione) di “cambio epocale”. In verità, alla crisi pandemica e alla crisi ucraina siamo arrivati dopo anni, più precisamente i due decenni del XXI secolo, duranti i quali abbiamo vissuto parecchie crisi pesanti:

  • il secolo è iniziato con l’apparizione di un terrorismo internazionale il cui attacco violento si è protratto per anni e su scala mondiale,
  • ha continuato con una crisi economica senza precedenti per dimensione e intensità,
  • ha fatto fronte ad una crisi immigratoria senza confini,
  • è stato invaso da un virus violentemente infettivo che si è diffuso ovunque e,
  • infine (ad oggi), si è ritrovato davanti a un bellicismo russo aggressivo.

Non male come ventennio! L’Unione Europea ha fatto la sua parte per affrontarli con buoni risultati. Se guardiamo a questi due decenni, non possiamo non meravigliarci per la capacità di risposta e di resilienza mostrata dall’Unione. Risposta e resilienza non prive di difficoltà, problemi, contraddizioni e conflitti, ma sostanzialmente generatrici di buoni e solidi risultati.

MDA: Più volte si parla di UE come soggetto politico. Quale è la relazione e l’evoluzione dei ruoli dei singoli Stati membri rispetto a questo tema? I dubbi sulla volontà di perdere il ruolo da protagonista nella politica estera da parte di alcuni Paesi non sono peregrini, non crede?

GV: La situazione attuale, che ormai persiste da qualche anno, richiede reazioni rapide, mentre il sistema decisionale della UE non è proprio adeguato a farvi fronte in quanto poco agile. Ed è proprio questo il punto: ci sono limiti oggettivi e limiti normativi alla capacità di risposta dell’Unione. Ciononostante, dobbiamo registrare obbiettivamente una buona performance di fronte alle crisi. In quest’ottica, è importante riconoscere la capacità di reazione della Commissione europea e del Parlamento europeo. Si tratta di una qualità determinante per la tenuta del sistema.
Ovviamente i problemi esistono e i tempi lunghi e la diversità degli interessi dei ventisette Stati sono tra i principali. Abbiamo però visto che è possibile prendere decisioni importanti e allo stesso tempo rapide. D’altra parte, la procedura prevista dai Trattati che si fonda sul consenso unanime è indubbiamente un ostacolo, ma appare difficile prendere decisioni significative escludendo una parte: ricordiamo però che è possibile trovare un punto di accordo tra tutti gli Stati membri, cosa che effettivamente accade. Credo che tutti gli Stati membri ne siano coscienti e si basano su questo dato di fatto. Questo è l’ultimo anno della nona legislatura europea: nella primavera 2024 si vota per il Parlamento Europeo e poi si nomina la nuova Commissione europea. Cosa ci ha insegnato questa legislatura che volge al termine? In questa fase storica, senza l’Unione Europea la situazione generale e quella dei singoli paesi sarebbe ad alto rischio, semplicemente catastrofica: la costatazione dell’essenzialità dell’Unione Europea in un mondo sotto pressione non è messa in discussione dagli Stati. Pur nella consapevolezza dell’esistenza di numerosi problemi, credo che dovremmo adottare un metodo volto ad accentuare le potenzialità dell’Unione europea.

MDA: L’intelligenza artificiale è uno dei temi più attuali. Un fenomeno che da un lato invita all’apertura verso le tecnologie del futuro, dall’altro suscita paure. L’Europa ha costruito una sorta di scudo di sicurezza per la privacy. Riuscirà a fare la stessa cosa per questo fenomeno che al momento sembra inarrestabile?

GV: Nel 2023 la discussione sulla intelligenza artificiale (IA) è esplosa a livello mondiale, provocata dalle dichiarazioni di alcune personalità, molto note sia del mondo dell’industria sia di quello della tecnologia, sulla possibilità reale e immediatamente concreta che l’IA prenda il sopravvento e sconquassi il mondo degli umani, la nostra esistenza. Come in una psicosi collettiva questa paura si è imposta, nonostante la reazione moderata di tanti: il teologo Paolo Benanti, studioso di etica della tecnologia, ha dichiarato “non mi spaventa l’intelligenza artificiale ma la stupidità naturale”, Paul Krugman ha segnalato che “l’intelligenza artificiale ci deluderà come Internet” e Gerd Gigerenzer che l’IA ha molti limiti e non ha la capacità di adattamento della mente umana. C’è chi ha proposto un “Manifesto” sull’IA nell’intento di dimostrare che l’IA non è nemica e che è sufficiente imparare a lavorarci insieme.
Per quanto mi riguarda, sono convinto che l’amplificazione del problema derivi da un equivoco di fondo determinato dal fatto che qualcuno all’epoca chiamò questo tipo di tecnologia “intelligenza” aggiungendovi l’aggettivo artificiale, probabilmente senza altro fine che un marketing (scientifico) di successo. Anche i nostri cellulari furono definiti “smart”, cioè intelligente, nel senso di scaltro, ingegnoso, vivace, ma lo abbiamo già scordato e la parola smart-phone è oramai un semplice sostantivo dove l’intelligenza non c’entra più niente. Se riuscissimo allo stesso modo a liberarci dell’idea terminologica che siamo di fronte a “qualcuno” che compete con le nostre capacità intellettive, capiremmo che si tratta solo di una tecnologia (molto) avanzata prodotta dall’essere umano, una tecnologia che ci permetterà di fare cose impensabili e di grandissima utilità come mostrano molto bene tanti film di fantascienza. Solo così ci potremmo meglio concentrare sulle azioni che devono accompagnare lo sviluppo e l’uso di questa tecnologia, inclusi etica e diritto, come per qualunque altra (nuova o vecchia che sia) attività umana. Ed è questo che sta facendo l’Unione europea, unica nel mondo.

MDA: Lo Stato di diritto. L’affermazione e la tutela dello Stato di diritto da parte delle istituzioni europee per molti cittadini costituisce una sorta di garanzia contro nuove forme di dittatura e di compressione dei diritti associati alla democrazia. Si ha, tuttavia, l’impressione che proprio i cittadini siano spesso distratti da altre questioni e che dimentichino quanto il loro voto sia importante per mantenere valida quella garanzia. Può l’Europa sorvegliare su tale distrazione?

GV: Il primo Rapporto della Commissione sullo Stato di diritto è stato presentato a settembre 2020 ed era concentrato sui processi di democratic backsliding, nonché sul concetto di “European way of life”: democrazia, stato di diritto, diritti fondamentali. Il Rapporto affronta quattro aree che sono esaminate per ciascun paese membro della UE:

  • sistema giudiziario
  • anticorruzione
  • pluralismo dei media
  • aspetti istituzionali relativi al bilanciamento dei poteri (checks and balance)

ai quali poi si aggiungono le misure di emergenze adottate per la pandemia.
La Commissione ha adottato un metodo partecipativo e di consultazione: discussione con gli Stati membri (rete di sportelli nazionali) e contributi scritti inviati da portatori d’interesse e società civile. Le valutazioni sono fatte sulla base di un approccio coerente e comparabile per tutti gli Stati: infatti, oltre alla comunicazione generale sono presentati relazioni specifiche per ciascuno Stato.
Sullo Stato di diritto – che costituisce uno dei valori fondanti dell’Unione – sono state prese decisioni rilevanti a livello europeo. La prima è stata quella di adottare un chiaro e netto regolamento sulla condizionalità, ossia di subordinare l’accesso ai fondi europei al rispetto dello Stato di diritto. Su questa base, la Commissione è intervenuta, nonostante la difficile situazione, adottando una serie di misure per contrastare quanto di non conforme ai trattati è stato commesso dall’Ungheria e dalla Polonia. Nello specifico, la Commissione ha proposto di tagliare loro i fondi europei, in virtù del regolamento sopracitato, e di perseguire quei paesi ai sensi dell’articolo 7 TUE per violazione dello Stato di diritto. Tuttavia, vorrei sottolineare che l’obiettivo è di garantire questo principio-valore ovunque, in ogni circostanza, in ogni paese: i due casi rilevanti attuali sono importanti ma non i soli.

MDA: La digitalizzazione ha già rivoluzionato – e lo farà sempre più – le nostre vite. L’impatto sul lavoro di ognuno di noi e sul mondo del lavoro in generale, ad esempio, è innegabile. Perché, però, si fa così fatica ad accettare gli effetti positivi di tale rivoluzione nel mondo del lavoro e a stigmatizzare invece quelli negativi? Quanto la normativa europea sulla digitalizzazione può aiutare nello sviluppo positivo in questo come in altri settori, limitando almeno le resistenze?

GV: Scrittori di un certo rango, come Dave Eggers e Alessandro Baricco, sono d’accordo nel dire che la rivoluzione digitale ha determinato una mutazione reale e ha trasformato la nostra specie. Ma l’uno, Eggers sostiene che abbiamo abdicato alla nostra libertà, mentre l’altro, Baricco sostiene che oggi l’umanità sa dare più senso alla vita umana. C’è anche chi ritiene (Daniel Cohen) che la promessa di una società di cooperazione che doveva nascere da Internet è stata ampiamente accantonata a favore di un altro fenomeno: l’Internet ha spinto verso una società della competizione, tanto nell’economia quanto nell’intellettuale, in entrambi i casi c’è in comune la riduzione delle relazioni umane, cioè, ridurre al minimo i tempi in cui gli umani si devono incontrare.
L’Unione europea è ben cosciente che si tratta di un problema strutturale che ha bisogno di essere inquadrato in una visione strategica d’insieme, ed è per questo che alla fine del 2022 i presidenti delle tre istituzioni politiche della UE hanno firmato congiuntamente una “Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale”, un documento fondamentale cui ispirarsi nello sviluppo della rivoluzione tecnologica in corso. Dopo il preambolo con il quale si inquadra teoricamente e praticamente l’iniziativa, la Dichiarazione dedica 24 paragrafi a sviluppare i temi seguenti: mettere le persone al centro della trasformazione digitale; solidarietà e inclusione: connettività, istruzione e competenze digitali, condizioni di lavoro, servizi pubblici digitali; libertà di scelta: algoritmi e intelligenza artificiale, ambiente digitale equo; partecipazione; sicurezza, protezione e responsabilità: ambiente digitale sicuro, vita privata e controllo sui dati, protezione di giovani e bambini; sostenibilità. Mi pare un caposaldo che aiuterà a sviluppare un approccio positivo al digitale.